Il quadro delle produzioni da mensa circolanti in città muta comunque a partire dal III secolo d.C.: ormai scomparso il vasellame da mensa in sigillata italica e tardo italica, il mercato è invaso dai manufatti africani, che sembrano arrivare a Florentia ininterrottamente fino all'inizio del VII secolo d.C., naturalmente in quantità decrescente mano a mano che ci si avvicina ai primi secoli dell'altomedioevo.
Tra i tipi databili tra III e IV secolo rinvenuti in via de'Castellani si trova la scodella tipo Atlante Tav. XXVIII, n. 10, mentre tra IV e V secolo il campionario delle forme si arricchisce delle scodelle tipo Hayes 61, 50B, 67 e 58B.
Ma i flussi commerciali non si limitano all'Africa, come dimostrano alcuni frammenti di sigillata medio-adriatica sovradipinta e un esemplare di scodella del tipo Hayes 3B della seconda metà del V secolo, di produzione focese.
Quest'ultimo riveste un ruolo di particolare rilevanza per la ricostruzione dei circuiti del commercio di vasellame tardoantico di produzione orientale in area Toscana, aggiungendosi ai rinvenimenti noti di Cosa e Rosignano Marittimo e a quello inedito di San Genesio (San Miniato, Pisa). Gli esemplari di Firenze e San Genesio permettono infatti di individuare nell'Arno una via di penetrazione di questo particolare tipo di vasellame, che, seguendo probabilmente la rotta che passava per Napoli, Roma e, risalendo le coste toscane, raggiungeva per via fluviale anche l'interno della regione.
Alle importazioni di vasellame africano e focese si affiancano poi due produzioni di ceramiche da mensa ingobbiate o dipinte di rosso: una, di area regionale, prevede forme completamente rivestite che imitano i prototipi africani, l'altra, di area fiorentino-fiesolana, databile tra IV e V secolo, ha invece un campionario composto da scodelle e forme chiuse dipinte a pennello con motivi geometrici, vegetali o tratti dal repertorio simbolico cristiano.
Alcuni esemplari di coppe con pareti lisciate a stecca sono invece da ricondurre a forme della ceramica tardo-romana a superficie lisciata, individuata già negli scavi di Fiesole e di piazza della Signoria, in contesti di seconda metà IV-inizi V secolo.
L'incremento delle forme da mensa ha un corrispettivo anche tra le anfore: compaiono dalla fine del II secolo d.C. l'Africana IA, in cui era trasportata conserva di pesce, e l'anfora vinaria di Empoli, di produzione valdarnese, che raggiungerà il massimo delle attestazioni a partire dalla metà del IV secolo, con tipi che presentano numerose varianti nella foggia degli orli, a conferma forse della presenza di varie officine sparse nel territorio. La grande quantità, in termini percentuali, di questo tipo di contenitori da trasporto nei depositi fiorentini sottolinea ancora una volta la vitalità della viticultura nel valdarno, che probabilmente trovava a Firenze un mercato fiorente per la vendita del vino. Proprio questo prodotto raggiungeva infatti vari siti dell'Italia centrale tirrenica all'interno di anfore che in alcuni casi erano bollate o mostravano decori cruciformi impressi che rimandano a decorazioni presenti sulla sigillata africana di metà V-VI secolo.
Dalla fine del III secolo, poi, anche l'apporto africano si fa preponderante come dimostrano i numerosi frammenti di anfore tipo Keay XXV, nelle quali fino alla metà del V secolo sarà trasportato olio in città. Sempre destinate al trasporto dell'olio sono le anfore africane Keay L e XXVII B e XXV E, attestate a partire dal IV secolo.
Dal punto di vista delle merci sembra quindi che la città goda di una certa vitalità tra fine III e IV secolo, vitalità che forse si spiega pensando anche al ruolo di capitale della Regio Tuscia et Umbria, sede anche del relativo corrector assunto da Florentia dall'età tetrarchia fino alla metà del IV secolo.
L'apporto di vasellame e anfore africane continua comunque anche tra V e VII secolo: tra le forme da mensa sono state riconosciute una serie di scodelle e coppe (H. 99), che con la Hayes 105 e il vaso a listello H. 91D si datano fino alla metà del VII secolo; tra le anfore è invece attestata l'africana Keay XXVII, mentre fino al VI secolo arrivano alcuni tipi tunisini come la Keay XXVI e LXII e due probabili forme di provenienza orientale (Late Roman 1 e 4).
Il quadro del vasellame che sta emergendo dallo scavo è poi completato da alcune produzioni locali di ceramiche decorate con colature di ingobbio rosso, che si datano tra VI e VII secolo, cui si aggiunge un esemplare di vaso a listello invetriato che, insieme a contenitori in pietra ollare, arrivava in città dalle regioni dell'Italia settentrionale.
Se fino a questo momento i dati emersi dalla schedatura dei reperti di via de'Castellani hanno permesso di delineare il panorama delle produzioni ceramiche circolanti in città, a partire dalla fine del VII secolo e fino al XII secolo le informazioni si riducono drasticamente, costringendoci a porci alcune domande: l'area, esterna alla cinta romana, non è frequantata in questo periodo, oppure la crescita della città romanica ha asportato le stratigrafie di età altomedievale? Al momento è difficile e forse prematuro dare una risposta a questi interrogativi, visto che la schedatura dei reperti è ancora in corso e numerose casse di materiali sono ancora da studiare. In ogni caso quello che possiamo osservare ora è che il vuoto di dati che sta emergendo dallo scavo di via de'Castellani torna a colmarsi solo a partire dal XII-XIII secolo, quando la cultura materiale di quest'area della città, ormai sottoposta ad un intenso processo di urbanizzazione, è cambiata radicalmente.