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Introduzione storica (di Fabio Gabbrielli)

Nel 1299 ebbe inizio la costruzione del Palazzo della Signoria, o dei Priori, poi Palazzo Vecchio.
La sua pianificazione fu espressione diretta del nuovo governo popolare, salito alla guida della città dopo che, nel 1282, era stato istituito, quale supremo ufficio esecutivo della Repubblica, il Priorato delle Arti e, nel 1293, l'aristocrazia era stata estromessa, tramite le Ordinanze di Giustizia, da qualunque partecipazione politica.

La costruzione del Palazzo, destinato ad ospitare i Priori e il Gonfaloniere di Giustizia, con i loro funzionari e una guardia armata, rispondeva ad esigenze molteplici: maggiore efficienza nello svolgimento di funzioni precedentemente svolte in chiese e palazzi privati, difesa dell'integrità personale dei membri del governo, creazione di un simbolo - ineguagliabile e permanente - dei nuovi valori civici e delle libertà repubblicane.
I lavori dovettero procedere con inconsueta rapidità, tanto che nel marzo del 1302 i Priori e il Gonfaloniere di Giustizia già risiedevano nel nuovo edificio.
A questa data, forse, era completato solo il corpo settentrionale, con la Camera dell'Arme al pianoterra, ma il progetto, dal Vasari attribuito - senza riscontri documentari - ad Arnolfo di Cambio, dovette probabilmente comprendere, fin dall'inizio, anche l'intero blocco intorno al cortile.
Per la scelta del sito fu decisiva la presenza di uno spazio aperto, situato dinanzi al prospetto nord del Palazzo, dovuto alla demolizione, nel 1258, delle case della famiglia ghibellina degli Uberti.
Tale spazio costituì il primo nucleo dell'attuale piazza della Signoria, e non a caso la facciata principale dell'edificio fu, in un primo tempo, proprio quella settentrionale, essendo gli altri lati strettamente circondati da un fitto tessuto urbano.
Intorno al 1307-08, quando anche il blocco del cortile era ormai completato, un plausibile cambio di progetto, forse condizionato dalle vicende politiche e militari che avevano scosso Firenze, dovette essere alla base del definitivo assetto del Palazzo.
Furono così aggiunti il potente ballatoio e l'originalissima torre campanaria, impostata sui resti della torre dei Foraboschi e realizzata entro il 1313-15.

Se in un primo tempo la piazza, limitata allo stretto spazio già occupato dalle rovine degli Uberti, aveva influito sulla formazione del Palazzo, se non altro per la scelta del sito e della facciata principale, dopo il completamento della torre dovette essere quest'ultimo a condizionare l'evoluzione della piazza stessa.
I caratteri dell'edificio, infatti, imponevano una visione prospettica obliqua e tridimensionale, tale da esaltarne la potenza volumetrica.
Una serie continua di ampliamenti, per altro dettati anche da ragioni pratiche e di sicurezza, si succedettero, così, a suon di espropriazioni e demolizioni, fino a che la piazza non raggiunse, tramite l'applicazione di sottili schemi geometrici e proporzionali, una piena interazione con il Palazzo.
Le demolizioni, tra l'altro, non risparmiarono anche le chiese di S. Romolo e di S. Cecilia, alle quali si aggiunse, su via della Ninna, la parziale distruzione di S. Piero Scheraggio.
Del resto, anche il Palazzo non rimase a lungo entro i limiti del progetto originario.
Nel 1343, a seguito di una serie di acquisti che si erano succeduti fin dalla fine del Duecento, per iniziativa del Duca di Atene fu avviato un primo ampliamento verso il lato orientale.
Il rapido epilogo della dittatura non gli consentì, probabilmente, che di realizzare alcuni muri perimetrali, ma il progetto, forte di una serie di acquisizioni che nel giro di pochi anni inclusero un'area già corrispondente all'attuale estensione del Palazzo, rappresentò il punto di avvio di un processo di espansione che si protrasse per oltre due secoli, arrestandosi solo con la quasi totale saturazione degli spazi disponibili.
L'ampliamento avvenne, in prevalenza, per assimilazione e trasformazione del tessuto urbano preesistente, inglobando strade (vie di Bellanda, del Guardingo e dei Manieri), torri, logge, case e palazzi, inclusi quelli, già tenuti in affitto, del Capitano del Popolo e dell'Esecutore di Giustizia.
Tali strutture, a loro volta, insistevano sui resti di un grande teatro romano del I secolo d.C., le cui burelle erano state, nel corso del Duecento, utilizzate come carceri.
Al tempo stesso, quasi tutti i locali subirono più o meno rilevanti trasformazioni, volte ad adeguare le strutture esistenti alle nuove esigenze rappresentative e funzionali delle diverse forme di governo che si alternarono alla guida della città.
Dopo il 1454, ad esempio, il cortile del corpo trecentesco, in origine caratterizzato da un porticato al pianoterra e da tre ordini di balconi lignei sui quattro lati fu, per volontà di Cosimo, profondamente ridefinito in forme rinascimentali da Michelozzo.
E nel 1495-96, sotto la direzione di Simone del Pollaiolo detto il Cronaca, fu realizzata la Sala Grande, o dei Cinquecento, l'enorme ambiente sviluppato tra la piazza e via della Ninna.

Ma la svolta più radicale si ebbe a partire dalla metà del Cinquecento quando, caduta la Repubblica, i Medici salirono definitivamente al potere.
Da allora, per mezzo secolo, un continuo avvicendamento di architetti, artisti e decoratori, operò, quasi senza sosta, per trasformare il Palazzo in una vasta, elegante e trionfale residenza ducale.
Ai lavori, spesso connessi a sostanziali modifiche esterne, presero parte, tra gli altri, Giovan Battista Tasso, a cui si deve la ristrutturazione degli edifici due-trecenteschi posti all'angolo tra via della Ninna e via dei Leoni, Giorgio Vasari, protagonista di un'infinita sequenza di interventi decorativi ed architettonici, e Bartolomeo Ammannati, che con la sistemazione degli ambienti situati tra via dei Leoni e via dei Gondi rimodulò drasticamente l'aspetto tergale del Palazzo.
Poi, l'abbandono della corte medicea, che preferì il più comodo Palazzo Pitti, determinò, alla fine del Cinquecento, un improvviso allentamento della pressione.
I lavori ripresero dopo circa due secoli quando, sotto i Lorena, nel quadro di un generalizzato restauro, fu completata, nello stile dell'Ammannati, la facciata su via dei Gondi.
Con l'unità d'Italia e l'elezione di Firenze a provvisoria capitale del Regno, si ebbero, infine, le ultime grandi modifiche prima dei ripristini novecenteschi, volte ad adeguare il Palazzo, sede della Camera dei Deputati, alle nuove esigenze nazionali.